Distopia-utopia selvaggia nell’opera di Laura Pugno
La produzione in prosa di Laura Pugno (Roma, 1970) si è imposta all’attenzione del grande pubblico nel 2007, anno della pubblicazione del suo primo romanzo, Sirene. Ormai affermato caso di studio come modello di narrazione distopica, esso pone l’attenzione sulle derive dell’antropocentrismo attraver...
Shranjeno v:
| izdano v: | URI:https://journals.openedition.org/cei, |
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| Glavni avtor: | |
| Format: | Article ou chapitre numérique |
| Jezik: | Italien |
| Izdano: |
Cahiers d’études italiennes
2026
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| Teme: | |
| Online dostop: | Accès Université d'Orléans et IFPM Accès Université d'Orléans et IFPM |
| Izvleček: | La produzione in prosa di Laura Pugno (Roma, 1970) si è imposta all’attenzione del grande pubblico nel 2007, anno della pubblicazione del suo primo romanzo, Sirene. Ormai affermato caso di studio come modello di narrazione distopica, esso pone l’attenzione sulle derive dell’antropocentrismo attraverso un linguaggio depauperato, sintatticamente paratattico, letterariamente scabro. Il presente contributo avanza l’ipotesi che, a partire dall’apparente distopia di Sirene, sia possibile tracciare una linea evolutiva nella produzione dell’autrice che muove da istanze distopiche a istanze utopiche, non realizzando mai pienamente né le une né le altre; tale parabola si realizza alla luce della categoria del selvaggio, che intreccia le due dimensioni, creando un’originale commistione di ‘distopia-utopia’. Se Sirene mette in scena il selvaggio come luogo e dimensione orride, romanzi come La caccia (2012), La ragazza selvaggia (2016) e La metà di bosco (2018) attuano una risemantizzazione dello stesso in chiave utopistica, in cui il non luogo evocato è inesistente, ma latente nel substrato femminile del mondo. Con i testi In territorio selvaggio (2018) e Noi senza mondo (2024), si attua parallelamente una parabola teorica che muove dal ‘selvaggio salvato’ alla ‘salvazione del mondo senza di noi’. L’antropocentrismo, le cui derive sono motivo ispiratore di Sirene, viene riformulato in chiave più radicale, e la sua progressiva trasformazione produce la creazione di un intreccio distopico-utopico. Il linguaggio stesso evidenzia tale parabola: dalla nudità esibita in Sirene all’avvicinamento al poetico di Noi senza mondo. |
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