Perfomance, tracce, ferite. Storie di rifugiate tra agency e vulnerabilità
Questo articolo esplora lo scarto fra la vulnerabilità come categoria ascritta e dispositivo morale di governo della migrazione forzata e la vulnerabilità come il rapporto che chi chiede asilo politico ha con la propria storia di ferite, i modi con cui si riappropria della memoria e i linguaggi che...
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| Publicado no: | URI:https://journals.openedition.org/aam, |
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| Autor principal: | |
| Formato: | Article ou chapitre numérique |
| Idioma: | Italien |
| Publicado em: |
Archivio antropologico mediterraneo
2025
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| Assuntos: | |
| Acesso em linha: | Accès Université d'Orléans et IFPM Accès Université d'Orléans et IFPM |
| Resumo: | Questo articolo esplora lo scarto fra la vulnerabilità come categoria ascritta e dispositivo morale di governo della migrazione forzata e la vulnerabilità come il rapporto che chi chiede asilo politico ha con la propria storia di ferite, i modi con cui si riappropria della memoria e i linguaggi che usa per farla emergere. Attingendo da alcuni casi etnografici raccolti nel corso delle mie ricerche sull’asilo politico, vorrei argomentare come si articolano possibili forme di espressione delle ferite quando le violenze accumulate nel tempo, gli effetti di lunga durata della violazione, la posizione sociale che si occupava nei contesti di origine e quella vissuta nel presente generano una vita attraversata da vulnerabilità protratta. Le storie delle donne rifugiate manifestano un rapporto intenso con le ferite inflitte alle loro vite mostrando come la vulnerabilità sia uno stato generato, processuale e produttivo, strutturato e strutturante affondando le sue radici nel passato e al contempo toccando l’avvenire. Tuttavia, nel momento in cui tali processi di costruzione del sé incontrano gli apparati umanitari e burocratici le rifugiate devono trovare canoni adeguati affinché i loro racconti siano resi conformi agli ordini tassonomici della vulnerabilità. |
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